La Siracusa di Teocrito in una lettera di Anatole France


Nato a Parigi nel 1844, Anatole France fu accademico di Francia dal 1986 e premio Nobel per la letteratura nel 1921. Dagli anni conclusivi dell'Ottocento alla sua morte, avvenuta a Saint Cyr-sur-Loire nel 1924, seppe esercitare in Francia una straordinaria influenza letteraria, proponendo una narrativa elegante, venata di scetticismo e d'ironia. Fra i suoi romanzi, Le lys rouge del 1894, Le jardin d'Epicure del 1895, L'île des pingouins del 1908, Le sept femmes de la Barbe-Bleu. Les dieux ont soif del 1912, Le révolte des anges del 1914. Si presenta qui, nella traduzione di Chiara Restivo tratta da Delle cose di Sicilia, Sellerio, Palermo, 1980, la Lettre de Sicile, che France indirizzò il I° ottobre 1896 all'editore-libraio parigino Edouard Pelletan.

C. R.

   


Palermo I° ottobre 1896

Caro Signore,
Voi pensate che a Siracusa abbia ritrovato Teocrito e volete che Vi parli dell'Oaristys. Ma i giardini di mirti e gli aranceti non mi invogliano a studi impegnati. Cosa posso dirVi? Ho visto la fonte Aretusa. Si insinua fra i terrazzi all'italiana dalle mura ammuffite che si vanno miseramente scrostando; le acque scompaiono sotto le fronde lievi dei papiri, portati qui dagli Arabi. Ma, come ai tempi del re Ierone, si ode cantare il pino dalla cima aguzza e folta che si staglia nel cielo blu.
Qui, nell'isola di Ortygia, che ormai ha perso la sua antica gloriosa bellezza, ho riconosciuto il piccolo satiro del vostro idillio. Dafni oggi si chiama Letterino. Ha i capelli ricci, che Teocrito paragona al prezzemolo. Ha il volto camuso, come il pastore che offre inutilmente le mele alla ninfa Amarillide. È piccolo, scuro. La pelle riflette il colore fulvo delle rocce su cui dorme steso al sole. Ha dimenticato i canti bucolici. Non è più capace di costruire con canne e cera un flauto. Ma mi assicurano che intona la canzone all'ape:

Lu cunusci lu miu amuri
Nici mia di l'occhi beddi
'Ntra ddi labri c'è un sapuri
'Na ducizza, chi mai speddi.

A stento ho riconosciuto la giovane cui egli va sciogliendo la cintura. Per ora i suoi begli occhi selvaggi sono adombrati e luccicano infossati in un grande cerchio d'ombra. La febbre delle paludi la consuma e la fa tremare dal freddo in questa terra infuocata dove friniscono le cicale. Lungo la riva voluttuosa dove un tempo scivolavano le ninfe, ora imperversa la malaria. Mi son portato dietro da Siracusa un'immensa tristezza che va sciogliendosi poco a poco nello splendore di Palermo. Palermo è una splendida schiava che i suoi padroni, padroni musulmani, cristiani, emiri, re normanni, viceré spagnoli, hanno via via adornato. Appesantita dai gioielli, dorme sotto il sole.
Poiché volete, caro Signore, che Vi parli del poeta siracusano, Vi dirò che i siciliani colti di Palermo ne conservano un amoroso ricordo. Alla Flora, viali profumati tra fogliami folti e luccicanti, tra una vegetazione di vigore africano, conducono ad una piccola rotonda, sotto i cipressi, circondata da cenotafi di uno stile che vuole essere antico, ma che tradisce il gusto del primo ottocento. Li ha fatti costruire qualche vecchio accademico, amante dei giardini e della cultura, poco meno di un secolo fa, per i Mani dei filosofi, dei poeti e dei saggi dell'antica Trinacria. Lì, fra i monumenti di Epicarmo e di Empedocle, si innalza un fusto di colonna dorica, molto scanalata, priva di base, a imitazione delle colonne di Selinunte. Sulla colonna un'urna reca questa iscrizione: Theocrito Syracusano, Bucolici Carminis Inventori.
Anche Voi, caro Signore, avreste guardato con piacere questo monumento un po' ingenuo ma amabile. E non sapete cosa avete perso nel non vedere al Museo l'antico ariete di bronzo, conosciuto come l'ariete di Siracusa, un pezzo costruito per tentare la cupidigia di Verre e degno di essere soggetto di un epigramma descrittivo dell'Antologia. L'animale coricato drizza la testa e solleva una zampa anteriore. Guarda, ascolta, annusa. Si ha la sensazione di sentire insieme a lui l'erba aromatica dei costoni che scendono verso il mare, di vedere le pecore pascolare tranquille e all'improvviso comparire il cornuto rivale a turbare il suo riposo: perciò diventa irrequieto, e dalla bocca aperta sembra venir fuori un grido rauco e prolungato. Il corpo è coperto da uno spesso vello di lana che il poeta avvolse attorno alla canocchia per offrirla alla casta Teugene. Respira, è vivo. Le punte delle orecchie sembrano drizzarsi, improvvisamente attente. È un ariete divino. Il muso è grande e possente e le corna che si distaccano dalla testa sarebbero degne d'ornare la fronte di Giove Ammone. L'ariete di Siracusa mi appariva come il simbolo della poesia di Teocrito, l'immagine di questo grande genio che, in piccole scene, mirabilmente trattate, seppe rendere insieme alla verità del movimento la bellezza della linea.
Non dubitate, la "coré" del Vostro idillio, la figlia di Menalca che parla d'amore col pastore Dafni, non portava al pascolo sotto i grigi olivi un ariete più bello. Ma è proprio qui che io mi scontro con una piccola difficoltà dell'Oaristys. Il poeta ci dice chiaramente, al verso 67, che la giovane si rialzò furtivamente dal letto per andare a pascolare le sue pecore, ma precedentemente, al verso 45, ci aveva dato a intendere che essa fosse una capraia, facendole dire: "le mie capre".
Non sono in grado, caro Signore, di studiare l'Oaristys con assoluta esattezza. Questo poemetto, che Voi giustamente amate, dà luogo a dubbi ben più gravi di quelli che ho esposto or ora. Forse Vi avranno detto che io sono sempre un po' incline a dubitare. È un rimprovero che talvolta mi è stato fatto. Ma credetemi, se me lo sono meritato, è stato per aver voluto raggiungere la certezza. Spesso la verità che andiamo inseguendo è una Biblys che ci scorre fra le mani. Devo dirVi che non sono del tutto certo che l'Oaristys sia di Teocrito. Bravi filologi, Voi lo sapete bene, lo negano, e per parecchi motivi. E uno, io penso, si fonda sul fatto che Venere in questo poemetto è designata col nome di Paphia; il che non si ritrova in nessun altro poema attribuito a Teocrito. Altro motivo è che la lingua dell'Oaristys, davvero singolare in taluni passaggi, non va esente da affettazioni e da giuochi di parole. Non avrò però l'impertinenza di pronunciarmi in proposito. Se fossi a Parigi andrei a chiedere al mio saggio collega dell'Istituto, Henri Weil, un parere su questa controversa questione. Come sapete, la piccola e deliziosa silloge che ci è giunta sotto il nome di Teocrito è composta da brani assai diversi per tono, stile e lingua. L'Oaristys occupa un buon posto all'interno della raccolta. André Chenier apprezzava molto questo idillio, tanto da tentarne una imitazione, in realtà non troppo felice.
I Vostri bibliofili Vi saranno davvero grati, caro Signore, se avete offerto loro quest'opera. C'è del sentimento, c'è qualcosa di naturale. Il "rifiuto il tuo bacio" corrisponde allo stile deciso e impetuoso di Teocrito.
Per il resto conosco i Vostri progetti e so che se avete deciso di pubblicare l'Oaristys non è stato solo perché si tratta di un'opera gradevole o perché temevate di deludere la nostra attesa. So che Vi preparate a pubblicare Le Siracusane, poema in cui riluce la verità, opera perfetta di Teocrito. Ma Vi è mancato il tempo di raccogliere i documenti, dal momento che volete illustrare Le Siracusane con quei vasi dipinti e quelle figurine di terracotta in cui il genio di vasai e ceramisti ha dato un'inconfondibile impronta alla vita ellenica.
Scusatemi per queste parole un po' confuse e accettate l'antico augurio del viaggiatore: "Rallegrati".

 

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