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Modica,
Comiso, Ragusa, Scicli di Vito Amico Dal Lexicon topographicum siculum |
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Vito Amico Vito Amico nasce a Catania nel 1697. Assunti i voti religiosi, viene nominato priore del locale convento dei Benedettini, che dota negli anni di un ricchissimo museo, e nel medesimo tempo occupa la cattedra di storia civile all'ateneo catanese. A contatto con Antonino Mongitore, si volge agli studi storici, e manifesta l'intento di dare un seguito all'opera del Fazello. Negli anni 1740-46 dà alle stampe, nella sua città, Catania illustrata, in quattro volumi in-folio. Nel 1751 ottiene da Carlo III il titolo di regio istoriografo. Nel periodo 1749-53 pubblica una ponderosa opera sul Fazello. Dal 1757 al 1760 esce il Lexicon topographicum siculum, in tre volumi. A connotare il Lexicon è anzitutto la gran mole di notizie sui siti e la cura filologica. Amico si volge alle fonti classiche, ma non trascura quelle coeve, aiutandosi pure con le corrispondenze dai luoghi e le indagini di archivio. Congrua è poi la resa sulla contea modicana, di cui marca la fertilità del suolo, capace di sostenere un tenore di vita che trova decoroso: la medesima "anomalia" che attrarrà mezzo secolo più avanti l'economista Balsamo. E a tale dato lo storico catanese associa la vitalità di Modica, che conferma il numero degli abitanti malgrado l'epidemia del 1709 abbia provocato oltre seimila morti. Le voci qui riportate sono tratte dall'edizione annotata e tradotta dal latino da Gioacchino Di Marzo, nel 1855, con il titolo Dizionario topografico della Sicilia. Stampata a Palermo, presso la tipografia di Pietro Morvillo. Carlo Ruta
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| MODICA Lat. Motyca. Sic. Modica. Città nobile, opulenta e popolosa, capo dell'antica ed amplissima contea; Motya, Mutica e Motuca da alcuni, e dal tempo dei saraceni sino ai tempi di Martino appellata Moac, a 7 m. dalla spiaggia meridionale dell'isola, e a circa 20 dal promontorio Pachino. Si crede appoggiandosi alle parole di Pausania, aversi avuto origine la nostra Modica dagli avanzi di Mozia antica città al medesimo Pachino, ma è già incomprensibile che Pausania con grande sbaglio di memoria stabilisca Mozia al Pachino, sorgendo al Lilibeo; quindi avertii l'error di Fazello nelle note alla Ia sua Decade, opinando essere stato dell'antica Motica le vestigia ed i ruderi della distrutta città attaccati al porto Longobardo verso il Pachino. Laonde è incerto il fondatore di Motica, ma da gran tempo ne fu noto il nome agli antichi, quindi Tolomeo fa menzione di Motuca città della Sicilia, e dice Motucano il fiume che scorre da essa. Appellansi da Plinio Moticensi gli abitanti, e Moziensi, ed in un antico esemplare, testimonio Cluverio, Muticensi, siccome si celebra appo Tullio Verr. 3 il territorio Muticense e si fa menzione degli aratori Muticensi vessati da Verre. Scrive Diodoro nel lib. 6 aversi collegato Dione da Eraclea viaggiando per Siracusa, i Camarinesi e i Modinesi; nessuna città, soggiunge Cluverio, appellossi Modina in Sicilia, ed avendo Dione preso in lega nel viaggio i Camarinesi e i Modinei, dopo costoro, non altri sembrano costoro potere essere che i Moticei, ed è a dirsi corrotto quel luogo dello storico; conchiude finalmente il medesimo autore: lessi appo Silio lib. 14, Micite, Neto e del fluente Acheto / La gioventù… enumerando così quei popoli che coi loro ajuti giovarono a Marcello console di Roma nell'assedio di Siracusa; anche qui, ei dice, credo dover correggere il corrotto vocabolo Mitite nel genuino Mutice. Non dubito poi che sia sorta l'antica città nel sito medesimo, ove or descrivesi la superstite; poiché occupa due valli, un colle intermedio ed una pianura superiore; l'una e l'altra amplissima valle poi si han delle agevoli salite per sinuosi ripiegamenti, ed a guisa di gran teatro presentano siccome due città divise dal letto di un torrente, ma congiunte da ponti. Una rocca con torre occupa per dove guarda mezzogiorno il vertice del colle, che estendesi a settentrione in una pianura lievemente declive, che fornita di case di cittadini si appella contrada di S. Giovanni da una chiesa che gli è dedicata. La rocca dunque domina l'intero paese, munita di ampie mura di grande altezza sin dalle ime radici del colle. Ci ha oggigiorno una porta ad occidente, poiché chiusa l'antica sita un tempo ad aquilone, apre adito in estesa piazza dove occorrono la chiesa di S. Maria e quella di S. Cataldo, delle quali la prima era parrocchiale sotto la guida di un sacerdote e vi intendevano altri 13 ai divini ufficii. Le aule per le conferenze del magistrato nella rocca, i conclavi, le officine, i riposti, le armerie, le stalle, le carceri che rimangono perdettero l'antica magnificenza dal tremuoto allo spesso mentovato, ma nondimeno presentano un memorando saggio della potenza chiaramontana cui si ascrive la mole dell'edifizio. Oltre la fortezza mentova il Caraffa altre torri, delle quali non rimangono che le sole vestigia. La chiesa principale di S. Giorgio che dice il Pirri fondata dai medesimi chiaramontani, e che al tempo anche dei Normanni leggesi da antiche carte suffraganea al monastero della SS. Trinità di Milazzo, ristorata nell'anno 1653 dal conte Alfonso Henriquez, sorge magnifica da ogni parte nel lato sinistro della valle occidentale nel sito più elevato, e fornita di un collegio di canonici dall'annno 1630; al di sotto sono le chiese di S. Giovanni Evangelista, di S. Maria della Catena e di S. Margherita, dove si amministrano i sacramenti agli abitanti. Verso la medesima parte in un luogo un poco inclinato sorge la insigne basilica di S. Pietro apostolo con dritti parrocchiali, e per novissimo regio decreto alternativamente cogli onori di maggiore, ornata nel 1597 di un collegio di canonici sotto l'arciprete, con soggette le chiese di S. Maria dell'Aiuto, del SS. Salvatore e di S. Paolo, dove si conferiscono al popolo i sacramenti; sì questa adunque che quella di S. Giorgio sostenute da colonne spiccano maravigliosamente per prospetto, campanili, atrii, cappelle, sepolcri, pitture, suppellettili, ornamenti, poiché i cittadini con religiosa emulazione impegnaronsi sempre a coltivarle. In S. Maria di Betlemme decentemente oggi abbellita e che occupavasi dai monaci cisterciensi di Terrana fondossi anche al 1645 un collegio di canonici. Osservansi questi pubblici monumenti sotto la rocca ad austro dov'è il pubblico orologio, donde procede per antico costume la processione del Corpo del Signore. A mezzo quasi del medesimo letto del torrente osservasi dall'anno 1631 il collegio della compagnia di Gesù fondato a spese del conte e dei cittadini di nobile struttura, cui è unito il seminario dei chierici sotto la vescovile giurisdizione. Di rimpetto un ponte congiunge l'alveo che volgarmente dicesi Cava. Ai minori del terz'ordine fu data nel 1613 la chiesa di S. Giuseppe nel lato superiore della valle rivolto ad occidente sopra S. Giorgio; ma dove questa si apre verso settentrione si hanno i minori conventuali dal 1570 decentissimo convento col tempio sacro a S. Sebastiano martire. L'elegante convento di S. Domenico riconosce origine nell'anno 1361 e siede tra occidente e maestro non lungi dalla pubblica piazza, dove si uniscono i fiumicelli della maggiore e della minore valle e tragittansi per un ponte. Nella medesima parte gli eremiti agostiniani costituiti sotto il titolo di S. Marco dall'anno 1623, ed i carmelitani, la fondazione dei quali dicesi antica dal Pirri, hannosi i loro conventi con chiese adatte; né lungi è l'ospedale per gl'infermi, che nota il medesimo autore soggetto a quel di S. Spirito in Sassia, insignito oggigiorno del titolo di S. Maria della Pietà. I minori riformati sotto il titolo di S. Anna in luogo cospicuo dove il destro lato della valle tende ad oriente abitano un ampio monastero dall'anno 1639. Nell'altura alla parte estrema della città verso occidente è la famosa chiesa di S. Maria della Grazia, cui addetto in culto singolare il popolo di Modica celebra festa con fiere. Quivi presso nel 1670 occuparono i mercedarii il convento abbandonato dai teresiani e lo resero più elegante. I minori cappuccini ne occuparono di rimpetto un luogo abbastanza adatto e corrispondente all'istituto, fabbricato il convento a pubblica spesa nell'anno 1572. Verso la contrada superiore ad oriente, appresso il castello, fu data da poco tempo ai preti dell'oratorio di S. Filippo Neri la chiesa di S. Teodoro martire, ed ivi furono anche accolti i carmelitani scalzi emigrati un tempo da S. Maria della Grazia, che vi si costruirono una casa sotto gli auspici di S. Teresa. Spicca il convento dei minori osservanti appresso la mentovata chiesa di S. Giovanni, ad un miglio, fondato verso il 1478 a spese di Federico Enriquez e di Anna Caprera, della di cui chiesa in una cappella si venera un nobile simulacro della B. Vergine; in esso, dice il Pirri, è un amplissimo studio. Rifulge finalmente per antichità e magnificenza la commedia dei cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano, poiché ne è menzione nel secolo XIV sotto Martino, ed unita ad altra appo Randazzo va soggetta tra le prime al priorato di Messina ed è amministrata dai sacerdoti dell'ordine. Nobilitano il paese sei monasteri di donne; l'antico ed illustre dei Ss. Benedetto e Scolastica con nobil tempio nell'imo della valle ad oriente; quello novello di S. Maria della Raccomandata nel lato occidentale del colle, e quel dei Ss. Niccolò ed Erasmo edificato nell'anno 1636 nella contrada superiore, sotto regola benedettina; van soggetti agl'istituti di S. Teresa, quel di S. Martino nella medesima parte superiore del paese dall'anno 1661, e quel di S. Francesco Saverio nel lato della valle minore, in cui si custodivano al tempo del Pirri, per opera di Pietro Chivello, le donzelle prive di parenti, ma or vi si ammettono le vergini alla professione. Il sesto finalmente sotto il titolo di S. Spirito, è commendato dalle discipline della più stretta vita; seguivano da gran tempo le monache la regola teresiana, ma non pur decadendo dagli antichi costumi si appigliarono poi a quella dei carmelitani. È ad aggiungere a questi il gineceo delle vergini, e la casa costituita al nostro tempo rimpetto il collegio, in cui le pie nobili donne e le volgari raccolgonsi in comunanza ad eseguire perfettamente il divino servizio. Ci hanno inoltre circa 60 chiese filiali, dal numero delle quali potrà formarsi il giudizio dell'ampiezza del paese, ed anche le private abitazioni dei nobili cittadini costruite nella maggior parte a tutta magnificenza non solo sommamente il fregiano, ma a pochi il rendono secondo tra gl'interni. Non tralascio di dir quì della chiesa della B. Vergine nel dorso del colle ad oriente, dove se ne venera l'imagine chiarissima in prodigii, in quel luogo stesso scoverta nel 1615 e mentovata dal Gaetani. Comprendesi Modica nella diocesi di Siracusa e paga al vescovo come per dote 1500 scudi; è nella comarca di Noto, ed era soggetta alla prefettura militare di Scicli. Si ha per istemma un'aquila con una fortezza in seno dipinta, e adorna di un monile di lana d'oro. Il magistrato ecclesiastico esercita le veci del vescovo, ma è dotato di più ampia potestà: sono parroci il preposito di S. Giorgio e l'arciprete di S. Pietro che godono di vescovili insegne e privilegi. L'amministrazione civile risiede appo 4 decurioni ed il sindaco, ed un nobil uomo si ha dritto contro i malfattori; nella piazza è pei consigli un ampio palazzo; si assume però al regime della Contea il procuratore generale. Assegnasi inoltre a Modica un governatore cui è dritto di sedere sotto baldacchino di seta, corteggiato da una compagnia col proprio capitano, e si compete assoluto potere di armi. Si delegano alla amministrazione dell'erario i maestri di ragione, il patrono del fisco, il capitano ed il conservatore; il maestro del porto invigila sulla spiaggia; ne incombono sulle decisioni giudiziali i consultori della magna curia periti in legge, e vi si apre il tribunale dell'appello e del terzo giudizio; il razionale, il maestro giurato, il capitano rurale ed il protomedico esercitano le cariche loro appartenentisi. La medesima procedura degli affari finalmente si ha in Modica per privilegio siccome quella di tutta l'isola nella metropoli del regno, e questa il re Ludovico nel 1348 ai Chiaramontani, Martino a Bernardo di Caprera, e Carlo V finalmente agli Henriquez concedettero, confermarono. E vollero anche quei principi che ritenessero e conseguissero le insegne della dignità cavalleresca quanti alle cariche pubbliche venisser promossi; quindi innumerevoli reca decorati della croce di S. Giovanni e di altri ordini, di titoli primarii e di baronie. Fu il censimento sotto Carlo V di 3247 case, e di 15967 anime nel 1595; nel secolo seguente dal Pirri 3586 case, 14443 anime, però nel 1652 dai regii libri 3772 case, 16098 cittadini; nel 1713 4857 case, 18975 abitanti, che furono 20498 ultimamente nel 1757.
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| COMISO Lat. Yhomisus. Sic. Comisu. Paese ricco e popoloso, col titolo di Contea, parte un tempo della Signoria di Modica, e sito perciò verso le parti australi dell'isola, in terreno quasi piano, con delle umili colline come sovrastanti da mezzogiorno, ed indi Ragusa e Chiaramonte da Oriente. Gli diedero il nome attuale i Saraceni, e gli antichi Siracusani l'origine, poiché affermano volgarmente esser nel luogo medesimo seduta Casmena colonia dei Siracusani nella XXXII Olimp., lo che corroborano con innumerevoli monumenti e ruderi, sì al di dentro che al di fuori nell'orto del Conte, alle Perrere, nella contrada Belvedere, intorno al Castello, ed in altri vicini campi, dove occorrono altresì dei sepolcri; certamente come chiarissimi indizii addimostrano esservi da gran tempo stata abitazione, ed antica città avere occupato quel terreno. Ed essendo stata non lungi da Camerina altra colonia degli stessi Siracusani, Casmena, dove i Gamori, cioè i nobili di quella Metropoli, scacciati dai Cillirii cioè dai plebei, si raccolsero, non lungi dalle ruine di Camerina sorgendo oggigiorno Comiso, l'affermano, da congetture derivando, sostituito a Casmena. Avvertendo Cluverio nell'itinerario di Antonino posta Calvisiana ad 8 m. oltre Gela, stimò esser quel paese, che ora alle foci dello Ippari o del fiume di Camerina, volgarmente dicesi Comiso. Altronde la contrada Calvisiana fu certamente marittima, ed è mentovata nel medesimo Itinerario che descrive i lidi. Arezzo sul sito della Sicilia: Casmene, dice, appelliamo Comiso, dov'è copiosissima fonte. Fazello finalmente, non senza addotta alcuna ragione, come avverte il Cluverio: a questo, a Chiaramonte cioè, sottostà a sinistra Comiso paese di nome saracenico ad 8 miglia, insigne per fonte Diana appo gli antichi celebrato. Coloro che stimano essere stata questo Casmena, errano affatto. Altrove poi scrive: talmente questa Siracusa in potenza si accrebbe, che poi i Siracusani 4 città in Sicilia fabbricarono; Acre, Casmena, Camerina, ed Enna, delle quali Acre certamente in monti nevosi, Casmene poi in piano. Né però indica il luogo di Casmena, sebbene a Palazzolo stabilisca Acre. Del resto collocano altri quella al territorio di Scicli, il che a suo luogo trattiamo. |
Comiso. Castello di Canicarao
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| Ad antiche mentovate costruzioni sovrapposto Comiso in terreno ad Aquilone inclinato, verso il medesimo punto si ha una porta, donde, ai terrazzani è la via alle primarie città dell'isola, del nome di S. Biagio, di cui vi è una bellissima statua di marmo. A questa porta sono vicine fabbriche di antico castello, sulle quali oggi è costruito il Palazzo del Conte. Quinci la magnifica Chiesa del medesimo S. Biagio, il quale si è il principale tutelare del paese, che divisa in tre parti è ornata di colonne di pietra e della cupola. Né lungi di là spicca il tempio maggiore del titolo di S. Maria della Stella, di scultura elegante ed ampia, e la cupola non che le forme interiori a pitture, ad oro, a stucchi, con ricche e nitide sacre suppellettili; gode sola di dritto parrocchiale, è fornita di un collegio chiesiastico in cui dall'anno 1641 mantengonsi i Canonici, poiché loro assegnò le congruenti prebende il Conte Baldassare; fu unta secondo il costume dell'olio santo, e dedicata da Asdrubale Termine Vescovo di Siracusa; finalmente ne è in costruzione un esimio prospetto, ma presenta oggidì la sola parte inferiore. Segue a sinistra il fonte di Diana di cui Fazello diffusamente scrisse, ed abbonda di tanta copia di acqua che parte scorre per comodità dei cittadini in docce di bronzo, parte in grande abbonanza in adatto ricettacolo per purgare i pannilini. La piazza commerciale non ne dista, ed è adorna di convenevoli e ben pulite case di privati cittadini; a destra sorge un ritiro di sacre Vergini con decente Chiesa sacra a S. Giuseppe; vi si professa la regola di S. Teresa, e sebbene ristrette ne sieno le rendite, risplende tuttavia per vita, costumi, e celesti ricchezze; se ne riporta la fondazione all'anno 1619 per opera di Pietro di Palazzo, che lo costituì per accogliere le donzelle povere. Altro cenobio sotto lo stesso istituto, dedicato alla Regina del cielo (Regina Coeli), ricco, né meno insigne per pietà, riconosce la sua origine dal medesimo Pietro sin dal 1619, ed è verso Occidente rivolto. Entrambi gli edifizii sono circondati da orti assai spaziosi, dove si osservano avanzi di antichi bagni. Su dolce poggio nel centro della città sorge l'antichissima famosa Chiesa di S. Maria Annunziata, in cui dall'anno 1645 un coro di dodici Canonici coll'Arcidiacono attende ai sacri ufficii; 20 altari minori si hanno sacerdote proprio; vi si riuniscono quasi 800 fratelli sotto il titolo del SS. Rosario: gli edifizii presentano un'antica forma, e la principale porta si ha impresso l'anno 1591, nondimeno le interne pareti con decoro ornate risplendono, l'apice del centro da ogni parte agli occhi si presenta, il prospetto e la torre superbamente ornati; dedicolla con solenne pompa il Vescovo Matteo Trigona, i pii fedeli l'arricchirono di entrate e di sacre suppellettili. Tra questo tempio ed i sudetti monasteri siede l'oratorio di S. Filippo Neri, con decente e magnifica Chiesa, con delle stanze eccellenti per preti congregati, fabbricato nel 1618 a proprie spese dal detto Pietro di Palazzo, confermato poi da Urbano VIII Rom. Pont. ed arricchito di privilegii. Verso Levante vedesi un collegio di Maria per educar le donzelle presso la Chiesa di S. Giuseppe, opera di Tommaso Blundo. Verso Ponente presso i confini della città, è il convento dei Minori Osservanti sotto il titolo di S. Antonio di Padova, la di cui campana fusa l'anno 1374 mostra avergli dato i primi auspicii di sua fondazione il secolo XV; secondo Cagliola vi abitarono un tempo i Conventuali: contiene la Chiesa del medesimo una cappella pei Signori, in cui il sepolcro del Conte Gaspare Naselli è degno di attenzione. Finalmente i Minori Cappuccini, nei poggi poco elevati verso Mezzogiorno si raunavano nel 1614. Nella stessa contrada ergesi la chiesa di S. Maria di Monserrato cui sono attaccati edifizii di antico convento in rovina e di ordine incerto. Verso Settentrione fuori la porta osservasi il tempio di S. Maria del Carmelo coi ruderi del convento dell'ordine medesimo. È dentro la città lo spedale per gli infermi poveri con una Chiesa sacra alla Purificazione di Maria con convenevole rendita. Finalmente altre sei Chiese minori sono destinate a coltivar la pietà dei cittadini. Si comprende Comiso nella comarca di Caltagirone, sotto la militare prefettura di Scicli: i chierici obbediscono al Vescovo di Siracusa, ed al suo Vicario; un Parroco o Beneficiale veglia alla cura delle anime; il Magistrato è annuale, ed a cenno del Conte, di cui fa le veci il Governatore. Il fertilissimo territorio somministra biade d'ogni sorta, vino, olio, frutti, canape, per cui provvede ai bisogni degli abitanti, egregiamente nutre le loro greggie ed armenti, e larghe rendite conferisce ai Baroni. La fabbrica di carta presso la ripa del fiume ch'è la prima istituita in Sicilia, è ammirevole per le varie macchine a ruote, o pel magnifico edifizio. Sulla vetta della collina, sotto cui un giorno sorse Camerina, a dall'altro fianco, sta il paese, è un antico tempio sacro alla Vergine, frequentato dalle genti circonvicine, dove solenne festa si celebra negli idi di agosto. Il numero delle case sotto Carlo Imperatore fu di 645, nel 1595 erano 4235 gli abitanti, e nel seguente secolo secondo il Pirri 1276 le case, 4835 gli abitanti; ma dai regii libri nel censo dell'anno medesimo leggonsi case 1222 e 4271 abitanti; nel 1713 erano 2226 i fuochi, 7402 gli abitanti, che di recente 9145. |
| RAGUSA Nobil paese appartenentesi alla contea di Modica, di cui forma la miglior parte, appellato dal Pirri e dal Fazello ingente e ricco tra' campi camarinesi, splendido di opulentissime e cospicue famiglie, siede verso austro oriente ed occidente, in un arduo colle, di cui bagna le radici l'Irminio, che dicesi oramai fiume di Ragusa. Da Cluverio, Ventimiglia, Carrera e Mazara credesi l'Ibla minore o Erea ed Era, e si rammenta appo gli abitatori pel culto di Lucina dea dell'antica superstizione; quindi comunemente si attesta aversi avuto origine assai prima di Cristo ed aver poi mutato il nome sotto i saraceni. Né mancan di coloro, che l'appellano da' fondatori Ragusèi, de' quali però unquamai parlan le storie essere approdati in Sicilia. Divisa in due parti è attualmente la città, delle quali appellasi l'inferiore Ragusa e l'altra che occupa la vetta del colle Cosenza o novella, poiché ivi un tempo i Cosentini banditi dalla patria stabilirono una colonia, come attestano dei Leontini, dond'è appellata Cosenza la contrada. Fra l'una e l'altra parte è un'ampia scala giusta l'indole della rupe, stendentesi per un m. [intendesi miglio, n.d.r.] e più, fiancheggiata ad intervalli da chiese e da case particolari. La fortezza è sostenuta da una ingente mole di sassi verso occidente e aderisce all'antica città da oriente a mezzogiorno, ma verso le altre direzioni sino ad una profondità detta volgarmente Cava da ogni parte è scoscesa, e fornita un tempo ai quattro angoli di torri e di baluardi, tenevasi come una delle più munite nell'isola e difficili ad espugnarsi pel sito, ora però abbattuta da tremuoto dopo l'anno 1613, eccetto le sostruzioni e gl'imi piani dove i malfattori si detengono, presenta da ogni parte ruine, alle quali tuttavia ne spicca la magnificenza e l'insigne ampiezza. Osservansi anche altrove resti di muraglie, massimamente presso il convento dei cappuccini. Ascrive il Pirri ai Chiaramonte la fondazione del tempio maggiore dedicato a s. Gregorio martire, io però sino a' normanni cioè al conte Ruggiero ed al figliuolo di lui Goffredo generato con Eremburga, il quale, scacciati i barbari e nominato subito conte dal padre, rese alla dovuta munificenza le cose sacre; ne rimane l'antica chiesa di s. Giorgio da non riferirsi che a Goffredo; succedettene però a questa una novella sollevata dai Chiaramonte quasi nel centro della città antica, non lungi dalla fortezza, magnifica un tempo per gli edifizii, il prospetto, gl'interni ornati, decorata del sepolcro di Bernardo e Giovanni Caprera, dopo il tremuoto decentemente in prima ristaurata, poi presa a costruirsi con pari eleganza che prima ed ornatissimo prospetto, finalmente insignita nel 1720 di un collegio canonico, il di cui preposito è parroco della stessa antica terra. Tien dietro a questa la chiesa di s. Tommaso apostolo, nella quale si amministrano i sacramenti. Già nella nuova contrada, che appellasi Cosenza, l'insigne chiesa parrocchiale di s. Giovanni Battista contese il primato da gran tempo nell'antica e nella nuova terra, e finalmente ottenne l'esercizio dei proprii dritti dentro i suoi confini ed il non venire ad altra soggetta, accaduto ciò principalmente da quando trattossi verso i primordii del secolo corrente di dividere l'antica dalla nuova città, lorché rimasto senza riforma il civile stato, volle divise il vescovo di Siracusa le parrocchie, acciò da allora non si fosse più dato luogo a questioni; spicca anch'essa di nobile struttura, sostenuta da colonne, decorata di un prospetto di chiesa bianca, e con un sacerdote, che presiede al clero frequentissimo nell'amministrazione de' sacramenti e ne' chiesiastici doveri. La medesima contrada superiore si ha la chiesa di s. Niccolò, dove si dà pure opera ad amministrare i sacramenti. Ma ed all'una ed all'altra parrocchia, a quella cioè di s. Giorgio ed all'altra di s. Giovanni sono soggette 23 chiese filiali, fra le quali sono degne di attenzione, quella antichissima di s. Maria della scala, perché siede a questa vicina, quella di s. Venera v. e m. nell'alto, e le altre di s. Maria dell'Odigitria, delle anime purganti, di s. Giacomo apostolo, ed altre destinate a confraternite laicali. |
Ragusa. Giardino di Ibla
Ragusa. San Giovanni
Veduta di Ragusa Ibla |
| L'accennato conte Goffredo istituì nell'anno 1120 un priorato sotto la regola di s. Benedetto e concedettelo a' monaci della chiesa cattedrale di Catania sotto il titolo di s. Maria della Nuova o del Monaco, di cui si appartengono oggi i dritti ai canonici di Catania; la chiesa però venne concessa ai minori del terz'ordine. Si costruì poscia un elegante convento nell'anno 1509 sotto il titolo di s. Vincenzo Ferreri per opera di Vincenzo di Pistoja uomo esimio nella pietà, sorge pei monaci domenicani laddove apresi il primo adito al paese, e da recente si è ristorato. i minori conventuali sono assai più antichi giusta il Pirri da Uvadingo, poiché si narra negli atti del convento, essere abitati in Ragusa nell'anno 1225, dimorando s. Antonio in Sicilia. Celeberrima attesta il Cagliola la chiesa intitolata a s. Francesco di antica e recente struttura, non seconda ad altre in questa contrada; ornatissima la sacrestia, ricco il tempio di suppellettile e di arnesi di argento, vasto il convento, di varie officine fornito e con esemie confraternite. Abitano ad oriente i riformati nel decentissimo convento di s. Maria di Gesù dall'anno 1536, presso un'antica porta del paese sopra la valle. Al di fuori la casa dei cappuccini sotto il titolo di s. Agata stabiliscesi dal 1537 come attestano gli annali; indi trasferita, giusta il Pirri, presso le mura della città nell'anno 1610, occorre la prima verso mezzogiorno ed il suo celebre tempio è ornato di un dipinto rappresentante il natale di Cristo. Il vetusto convento di s. Maria del Carmelo presso Cosenza ed in un sito cospicuo, nobile negli edifizii, riconosce origine nell'anno 1560. Recente dice il Pirri quell'altro di s. Agostino, fondato cioè nell'anno 1631; dopo il tremuoto si raccolsero i frati nella chiesa di s. Teodoro, ma restaurate ultimamente le dimore, sono ritornati nel luogo antico sotto s. Giorgio. Finalmente i minori del terz'ordine tenevano un tempo la chiesa di s. Antonio in un sito infrequente; annuendo poi i canonici della chiesa di Catania, ricevettero nel 1610 la chiesa di s. Maria della Nuova, non lungi dalla pubblica piazza, e vi resero il sacro servizio che vi si era sospeso, per cura primaria di Giacinto Battaglia del medesimo istituto. Sorgono in Ragusa tre monasteri di donne; l'antico di s. Maria di Valverde di ordine carmelitano, nella piazza che incorre chi entra nel paese, rimpetto s. Domenico; un altro novello nella piazza, sotto il titolo di s. Giuseppe, fondato nel 1590 da Carlo Giavanto signore di Buscello ed astretto alla regola benedettina; entrambi ragguardevoli per gli edifizii, gli eleganti tempii e lo splendore della monastica disciplina. Il terzo di s. Maria della Grazia, addetto un tempo all'educazione delle fanciulle orfane, venne poi frequentato di religiose, che col più stretto corso di vita adempiscono gl'istituti di s. Teresa. Lo spedale per gl'infermi, presso la piazza degli Archi, accresciuto di beni e di pie elemosine, è contiguo alla chiesa di s. Maria. Il monte di pietà si amministra con solerte cura dei cittadini. Rammenta il Pirri la commenda di s. Giovanni gerosolimitano fondata dal cav. Blandano Arezio nel 1626, ed un'ospizio di cisterciensi suffraganeo al monastero di Roccadia. Si aprono ai cittadini tre piazze di mercato; la prima e molto ampia è nel basso, ornata del palazzo del magistrato e di altri edifizii; prende altra il nome dagli Archi ossia da antiche stupende sostruzioni arcuate; l'ultima appo Cosenza al tempio di s. Giovanni, ampia da ogni parte e cinta di decenti case, anzi di queste, che pei varii luoghi della città si appartengono ai privati ed ai nobili, non poche sono costruite con molta eleganza. Rimane finalmente nell'ampia piazza di s. Maria della Scala un alto pulpito di pietra lavorato con insigne artifizio, del quale varii ed incerti pensieri si fanno. Il conte assegna annualmente il magistrato, che costa dei padri giurati, del sindaco e del prefetto; un sacerdote ha dritto sul clero invece del vescovo siracusano; i parroci ne intendono ai sacramenti. Riguardo a milizia urbana va soggetta la città all'istruttore di Scicli e gli somministrava un tempo 120 fanti e 52 cavalli; si comprende nella comarca di Noto, presenta per istemma nello scudo un'aquila segnata nel petto di croce rossa, e fruisce di un amplissimo territorio fecondo in biade oltre ogni credere; comprendeva sotto Federico III ben 20 fondi soggetti a 28 cavalieri. I colli che sorgono all'intorno piantati in vigneti, oliveti ed albereti, si hanno alle loro radici copiose e perenni fonti; le valli traboccanti di canape di legumi e di biade, talmente soddisfano lo sguardo, che molti dei nostri quivi i monti Erei celebrati dagli antichi riconoscono. Nella pietrosa pianura intanto, che per molte miglia ampiamente si stende sulle creste delle colline, non albero occorre, ma verdeggiando in ogni tempo di erba, appresta pinguissimi pascoli ed armenti di ogni genere ed alle greggie, rendendo un gran vantaggio ai bifolchi ed ai coloni. Quivi in mezzo alla via è a vedere con giocondo spettacolo circa cento pozzi scavati nella viva pietra in piccolissimo tratto di terra, dai quali si appella il luogo, e che apprestano dell'acqua limpida e fredda. Erano sotto Carlo V in Ragusa 3247 fuochi e nel censimento dell'anno 1595 computavansi 8939 abitatori; nella metà del seguente secolo nei regii libri 2475 case 8732 anime; ma erroneamente dal Pirri 2353 case 14443 anime, e nell'anno 1713 2382 case 8863 abitatori cresciuti ultimamente a 12104. |
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SCICLI Lat. Siclis. Sic. Scicli. Illustre città, amenissima giusta Arezio, recente appellata e di nuovo nome dal Fazello e dal Pirri, ma ingiustamente, come dimostreremo. Fa parte della contea di Modica, e siede a libeccio, nel fianco di un colle diviso da oriente ad occidente da valli e cave, che quasi lo tripartiscono. Ed in vero la valle maggiore, un tempo appellata di s. Venera, poi di s. Maria la Nuova, angusta e profonda nelle parti superiori, finisce adeguata e più ampia alle ime radici; un'altra sotto il nome di s. Bartolomeo, verso Austro, riesce formidabile nell'inverno. Corrispondono a queste altre valli minori, ed offresi perciò la città come sovrapposta a varii poggetti; tuttavia nella maggior parte lievemente declive, va superba di edifizii e sacri e civili; dista 4 m. da Modica, e tre dalla spiaggia australe dell'isola. Sorgeva un tempo nella cresta del medesimo colle, dove perdurò sino al 1350; quindi si osservano in quella sommità vestigia di fortezza triangolare, oggi detta Castelluccio, non oscuro argomento dell'insigne antichità; più di sotto un'altra fortezza denominata Maggiore si riconosce dalle ruine; avanzano ruderi delle muraglie, una sola delle porte, la quale conduceva a Modica e ne conserva il nome; ma sopra ogni altro sono degne di ricordarsi le vie sotterranee dal sommo all'imo delle valli, tagliate artificiosamente per gradi nel vivo sasso, delle quali una conduce alla valle maggiore di s. Maria la Nuova, donde pure gradatamente si apre la discesa in una copiosissima scaturigine di acque, un'altra ai molini di frumento, e la terza finalmente in un'altra sottoposta spelonca, dove sono perenni gorghi d'acqua. Questi e gli avanzi di una torre triangolare, varii altri monumenti, ossami giganteschi, vasi, lucerne, monete, sepolcri, casualmente rinvenuti per gli altri lati del monte e nei sottoposti fondi, ci avvisano dell'antica fondazione, quantunque incerto ne sia il tempo, né costi segnatamente del nome, siccome vedremo. Il tempio principale, sacro a s. Matteo apostolo ed evangelista, sovrasta all'intero paese e corripondeva un tempo all'antico sito di esso; sorge non lungi dalla porta di Modica, poco innanzi mentovata, dove ha principio un'ardua via, che vi conduce; è decorato d'insigne collegio canonico dall'anno 1650, per rescritto del vescovo Francesco Antonio Capobianco, poi per decreto di Alessandro VI del 1656, va soggetto all'arciprete, che si è parroco; distinguesi per gli edificii, il prospetto, il campanile, ed ogni altro ornamento. L'altra parrocchia di Scicli, sotto il titolo di s. Maria della Piazza, sorge in mezzo al paese con un proprio curato, da paragonarsi alle prime chiese per l'ampiezza, l'eleganza, la disposizione delle colonne, la frequenza del popolo, essendo centrale. Ci ha inoltre l'antica chiesa di S. Bartolomeo, che si ebbe prima di tutte la prerogativa del collegio, cioè nell'anno 1642, per diploma di papa Innocenzo X; e sorge nel luogo più elevato a scirocco, sotto la valle del medesimo nome. Ma a nessuna seconda, verso la valle maggiore e la parte di oriente, sorge la chiesa di s. Maria la Nuova, il di cui fronte spicca magnifico con una torre, e parimenti grave ne è l'interno, ammirabile per la ricchezza e l'aggiustatezza; ornata è anch'essa di un collegio di 16 componenti dall'anno 1672, i quali ne intendono quotidianamente al servizio divino e si hanno copiosi proventi. Un quarto collegio radunasi finalmente nella chiesa di s. Maria della Consolazione, costituito nel 1695, e ne sovrasta ad una valle a destra la chiesa, fabbricata con eleganza. Oltre la valle di s. Barolomeo, verso mezzogiorno è la bella chiesa di s. Giuseppe, dove il parroco del tempio maggiore dà opera all'amministrazione dei sacramenti al popolo; poiché un'ampia e retta via, stendendosi da settentrione a mezzogiorno è limite all'una e all'altra parrocchia, per la qual cosa nondimeno sono in campo dei contrasti ancora in decisione. È in somma venerazione appo il popolo di Scicli la grotta di s. Guglielmo, dov'egli visse per lungo tempo e morì, sita appresso il tempio di s. Maria la Nuova nella valle minore, e denominata dal medesimo santo; il corpo esamine, essendo insorta contesa della sepoltura da dargli, sovrapposto ad un carro, fu tirato senza alcuna guida dai buoi alla chiesa di s. Matteo, per ardui e disastrosi luoghi, ed ivi si venera come precipuo patrono degli abitatori. Fu lite eziandio della famiglia e della patria di Guglielmo; stabilimmo di sopra, essere stato netino dalla famiglia Bucceria; contendono tuttavia, aversi avuto in Scicli i patrii natali della famiglia Cuffitello, nondimeno lo stimano gli scrittori sorto in Noto. Con non minore divozione venerano i cittadini N. D. sotto il titolo delle Milizie, volgarmente di Milici; poiché narrano, avere sconfitto il conte Ruggiero non lungi da Scicli un grande sciame di barbari, soccorso di presenza dalla Vergine, la quale apparve a cavallo, urgendo la battaglia, ai pochi suoi commilitoni ed ai compagni da Scicli; mostrano l'imagine a cavallo, in testimonio del fatto, impresso nelle rupi. Indi il conte, in onore della speciale sua patrona ed in perenne ricordanza del beneficio, edificò in quel luogo una chiesa, che sorge oggi verso maestro a circa 3 miglia con più ampie forme; ed i cittadini, istituito un giorno di gran festività con fiere, processionalmente in ogni anno conducono l'equestre simulacro della B. Vergine. Congiunta alla chiesa è una casa di eremiti, in un sito sommamente ameno, e la torre del campanile dicesi essere stata una di quelle destinate in custodia della città. |
Scicli. Madonna delle Milizie
Mascheroe barocco di Scicli
Mascheroe barocco di Scicli
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| La famiglia dei minori conventuali avanza in antichità tutte le altre regolari fondate in Scicli; erroneamente scrive il Pirri avere stabilito la sua sede sotto s. Antonio di Padova e nel tempo del B. Guglielmo, poiché viveva s. Antonio nel secolo XIII ed il B. Guglielmo nel XIV. Assegna il Cagliola ad anno certo dell'origine il 1212, e congettura, avere forse visitato il convento s. Antonio, da cui prese il nome. Vi fu poscia accolto il B. Guglielmo, e finalmente ristorollo nel 1514 Pietro Ruvetto da Ragusa; dicemmo altrove di Guglielmo, e non ci è grave soggiungerne in appresso altre notizie; siede il convento nella parte estrema occidentale, appresso la valle. Toccò ai carmelitani un più adatto luogo, ed il medesimo Pirri li afferma costituiti dall'anno 1386 nella chiesa di s. Giacomo Interciso, poscia in quella dell'Annunziata, e rammenta esserne sorti illustri uomini per la perizia delle scienze e l'integrità della vita: su di un lieve poggetto adunque sorgono in ampio piano il cospicuo convento e la chiesa, corrispondendo alla pubblica piazza; ma presa quella a ristorarsi nei nostri giorni con più nobile forma, prenderà magnifico aspetto fra le prime: vivono i frati sotto lo stretto istituto di s. Maria della Scala. I minori osservanti abitano dal 1588 nel convento di s. Maria di Gesù, verso libeccio, nella popolosa contrada del medesimo nome. I min. del terz'ord. nel convento di s. Maria della Croce occupano giusta il Pirri dal 1571 un colle elevato, per opera di Antonio Nicolosi e sovvenimenti di pubbliche somme; Bordone poi stabilisce l'anno della fondazione nel 1520, e dice perciò il convento, primo della Sicilia. Gli eremiti agostiniani del convento di s. Marco, che abitavano in quello del s. Salvatore nel tempo del Pirri, oggigiorno mancarono. Pio cronista appone la fondazione del convento dei pp. predicatori nell'anno 1556, per cura del monaco Vincenzo Rubino, ma i terrieri fanno rimontarla al 1516. Il poggio verso greco e fuori le mura sostiene un decente edificio, cui toccò il titolo di s. Maria di Monserrato. I monaci di s. Francesco di Paola compraronsi la chiesa del s. Salvatore nel 1631, presso la quale stabilendo la dimora, sussistono nell'accurata esecuzione della regola; sottostà un tal luogo alla chiesa principale, alla quale di là si apre un'ardua salita. I cappuccini finalmente, a mezzo miglio dalla città verso mezzogiorno, in un terreno elevato, tennero la chiesa intitolata un tempo a s. Agrippina, operando nel 1562 Francesco Majorana da Scicli del medesimo ordine, cospicuo per l'innocenza della vita; quivi è un bellissimo quadro di Filippo Paladino, rappresentante la deposizione di Cristo dalla croce. Sotto il convento dei cappuccini è l'amplissima piazza delle fiere, delle quali diremo. Il priorato di s. Lorenzo di ordine benedettino, un tempo ad un trar di pietra, soggetto al monastero dei Ss. Filippo e Lorenzo, eligesi dall'abate di Aggira. Mi ho riserbato a parlare infine del collegio della compagnia di Gesù, per servirmi delle formole narrative dell'Aguilera, il quale recandone i primordii all'anno 1631, è Scicli, dice, elegantissima città, ai tempi saraceni di gran lunga più antica; anzi se ne attesta, aver preso origine dal devastamento di Casmena colonia dei Siracusani. Indica poscia il sito e la ricchezza del territorio, e soggiunge: comprende cittadini preclari d'ingegno e cupidi di buone arti, ma oltre a quanto può credersi o narrarsi, studiosi del patrio terreno. Ed in vero questo singolare amor patrio diede adito alla fabbricazione del collegio di Scicli. Poiché Giuseppe Miccichè cavaliere di Scicli, per accrescere la gloria della patria e provvedere all'utilità dei cittadini, concepì la cura di fondare il collegio ed il condusse lodevolmente a termine; istituì erede universale dei suoi beni la compagnia, e volle intitolato il tempio alla B. Vergine concepita senza peccato; coadjuvonne l'opera Girolamo Riera nell'anno 1648, nominando anche erede universale la compagnia stabilita nel collegio di Scicli, colle cui ricchezze vennero istituite le amplissime fabbriche e la magnifica chiesa con elegante prospetto, verso mezzogiorno, dove stendeasi un'ampia piazza, nella quale è un fonte di acqua perenne a zampilli. Ma passiamo a parlare dei monasteri di donne, che non poca magnificenza rendono al paese. Di questi il primo, col titolo di s. Maria di Valverde, ed antichissimo, sotto gl'istituti dei canonici di s. Agostino, si ebbe origine nell'anno 1515, ma scosso da tremuoto, consentendo il vescovo di Siracusa, sorse più magnifico, trasferito nell'anno 1694 in s. Michele nella via del Corso; dicesi abadia grande, e viene comunemente sotto il nome del medesimo s. Arcangelo. L'altro di s. Giovanni Evangelista, fondato nell'anno 1687, sotto gl'istituti dell'ordine benedettino, coi tesori di Giovanni Di Stefano, ricevette una colonia dal celebre monastero di Parma, e commendato per l'esimia integrità della vita delle sacre vergini, che vi abitano, sorge non lungi dalla piazza. Un terzo, appellato dall'immacolato concepimento della B. Vergine, professa la regola di s. Teresa, costituito da Beatrice Giuca pietosissima donna alla piazza del collegio nel 1670. Un quarto, sotto il medesimo istituto, reca il titolo di s. Chiara, ed eretto dall'anno 1660, venne poi munito di clausura dal vescovo Francesco Capobianco. L'ultimo di s. Maria degli Angeli, da gran tempo istituito ad accogliere donzelle, oggi è soggetto agli istituti di s. Francesco, ed accresciuto dei beni di Teresa Quincosa matrona valentina, nell'anno 1712 venne confermato con decreto del romano pontefice. È ad aggiungere a questi luoghi pii lo spedale degli infermi, appresso la parrocchia di s. Maria, dove si versano con emulazione i cittadini in esercizi di carità. Contansi finalmente soggette alle parrocchiali più che venti chiese filiali dentro le mura, e di esse non poche sono addette a confraternite laicali. Da quella intitolata a s. Antonio abate prende il nome la media contrada occidentale, che anche appellasi volgarmente di Schifazzo. Le
private case e le ben molte ragguardevoli di signori rendono insigne ornamento
al paese, il di cui stemma presenta un leone in campo ceruleo, con di rimpetto
alcuni colli, che tenta salire; varie cose ne scrivono gli scrittori nazionali
della significazione, appoggiandosi alle tradizioni, che lungo sarebbe qui narrare.
Attestano godere Scicli il titolo di Vittrice e di Inclita, per una vittoria riportata
sui saraceni, della quale diremo. Si ha un supremo magistrato, composto dal capitano
delle armi, che si ha commessa la custodia dell'estesa spiaggia marittima, dai
decurioni e dallo inquisitore criminale, eletti, quegli dal re, gli altri ad arbitrio
del conte. Il supremo istruttore della milizia urbana menava sotto le bandiere
dai popoli corconvicini 673 fanti e 214 cavalli. Commendasi la polizia chiesiastica
ad un legato del vescovo di Siracusa; si appartiene la civile ai supremi consultori
della contea, nella quale Scicli si ha il secondo posto. Il censimento del secolo
XVI ne recò 2665 case ed 11677 abitatori; notansi nel seguente 2060 case ed 11677
abitatori; notansi nel seguente 2060 case: 7775 anime; ma appo il Pirri 2770 fuochi,
11074 abitatori; nell'anno 1713 segnaronsi 2633 case, 8886 vite, cresciute ultimamente
ad 11071. Si compete al barone di Scicli il XVI posto nel parlamento. Sta la città
in 36° e 35' di lat. e 38° 25' di long. Stendesi ampiamente infine il territorio,
adeguato nella maggior parte; vien reso irriguo da varii fiumi, l'Irminio ed il
Modicano, e da non poche perenni fonti, che lo rendono fertilissimo; appresta
vini, olio, canape, biade e principalmente carrubbe; comprende ubertose pasture,
laghi pescosi, boschi adatti alla caccia; nutre greggie ed armenti, e riesce giocondissimo
per l'estesa prospettiva del mare affricano.
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