L'editoria italiana e la cultura araba. Motivi di una rimozione Di Ilaria Alpi
Un viaggio nell'editoria italiana è piuttosto deludente per chi volesse trovarvi un' interesse per il mondo arabo che vada al di là di fenomeni legati alla moda di un momento, meri fuochi di paglia che non sono certo indicatori di una politica culturale globale. Ciò fa si che non si possano individuare che elle indicazioni sommarie, degli esempi editoriali l'uno staccato dall'altro per contenuto e per pubblico al quale si rivolgono. Vale a dire che certamente esistono testi in italiano tradotti da autori arabi o di specialisti italiani che si occupano di mondo arabo, ma viene da chiedersi se questa produzione risponda a delle regole precise o sia piuttosto caotica, disordinata e legata alla curiosità di qualche editore "illuminato". Questo vale sia per il fenomeno dal punto di vista letterario che da quello politico, a volte addirittura fusi come per le edizioni Ripostes di Salerno che nei loro recenti testi sulla Palestina hanno fatto un"azione politica' in forma letteraria, teatrale. Altro esempio è fornito da un altro testo sulla Palestina, La terra troppo amata, della cooperativa il Manifesto, dove la scelta del genere letterario rappresentativo della produzione di questo paese cade su un insieme di prosa e poesia. Grandi e piccole case editrici, forse in proporzione addirittura di più le seconde, (Theoria e Guanda a titolo di esempio) hanno pubblicato e pubblica no libri di e su gli arabi; non esiste però una collana di letteratura araba. Un esempio editoriale fuori dalla commercializzazione è dato dalla collana "l'altra voce" del Vecchio faggio che si occupa del terzo mondo; all'interno di questa etichetta per altro generica, ritroviamo, un interesse per il mondo arabo. Così Ila Palma, in una collana di poesia contemporanea, "il solco", ha dato spazio alla Palestina e anche l'editore Giunti di Firenze con Astrea. Spesso
le letterature non-occidentali vengono accomunate nell'essere altre, "esotiche".
Gli errori di comprensione e le confusioni nel pubblico sono a questo punto inevitabili.
Ma qual è il pubblico al quale tali pubblicazioni dovrebbero rivolgersi?
Non certo quello degli "specialisti" che di mala o buona voglia ha da
sempre colmato questa lacuna con la letteratura nella lingua originale o in quelle
europee. E' invece il pubblico nella accezione più generale che viene ad
essere privato di una fetta di produzione letteraria o saggistica assai grande
e questo a discapito di cultura o comprensione. A quanto appare da La Palestina
nella produzione a stampa italiana; 1475:1900 edito da Le Monnier, una mancanza
di attenzione verso il mondo orientale appare tradizionale del panorama culturale
italiano e sembra risalire indietro negli anni. Emerge con tutta evidenza il disinteresse
generale per queste forme letterarie, ignote, a parte rari casi, oppure un continuo
sottovalutarle a priori. E guarda caso gli autori che vengono impiegati in queste
operazioni, spesso più di vendita che culturali,sono quelli che per tecnica
linguistica, contenuto, lingua nella quale scrivono o per questioni biografiche,
risultano meno "diversi". A questo proposito si possono osservare le
traduzioni di Tsha Hussein e Tawfiq al-Hakim edite dall'Istituto per l'Oriente
che rientrano in un fenomeno di preferenza della letteratura egiziana su quella
di altri paesi con motivazioni non ben chiarite. I
fenomeni Naghib Mahfuz e Tahar ben Yalloun ci danno esattamente la misura della
quasi generalizzabile pigrizia mentale. Nel primo caso l'autore egiziano fa uso
di un genere letterario, il romanzo, a noi congeniale e come vincitore del premio
Nobel per la letteratura nel 1988 era inevitabilmente destinato alla pubblicazione
in italiano. Anche in questo caso non mi sembra si sia in presenza di un approccio
organico. A parte le polemiche che hanno accompagnato la traduzione delle sue
opere a causa del problema dei diritti d'autore, le traduzioni stesse sono da
lingue diverse (arabo e inglese), edite da case diverse che non possono evitare
di presentare l'autore a chi lo legga in italiano in modo frammentario e non univoco.
Ecco così che il problema delle traduzioni si affaccia prepotente. La fortuna in Italia di autori come Tahar ben Yalloun e Mohammad Choukri (curati da Einaudi) deriva anche dal fatto che entrambi gli autori marocchini scrivono in francese e che il primo nel 1988 abbia vinto il premio Goncourt. Le occasioni offerte da riconoscimenti internazionali quali i premi letterari non sembrano però sortire alcun effetto a lungo termine sull'interesse per la letteratura araba. La traduzione di classici arabi non viene neppure considerata per "mancanza di pubblico" e vengono privilegiate scelte antologiche, meno "pesanti" e più commerciabili, che possono comunque essere di utilità e diletto come nel caso di Le Isole mirabili di A. Arioli edito da Einaudi. Ciò non intacca l'interesse sempre vivo per riedizioni continue delle Mille e una notte che nell'immaginario collettivo appare come rappresentativo e simbolico della letteratura araba. La fortuna del libro di Vittoria Alliata Harem (Mondadori) mostra chiaramente da parte del lettore la volontà di essere rassicurato dalla rappresentazione di un mondo che deve restare, così com'è stato, fantasticato. A questa incomprensione certo non giova la mancanza, a parte il caso dell'opera di Gabrieli, di testi teorici, manualistici, in italiano, su questo argomento, oltre a L'autore e i suoi doppi di Kilito (Einaudi), apporto alla discussione sull'esistenza o meno di una letteratura del terzo mondo". Di conseguenza la letteratura araba è avvolta da un velo di mistero squarciato da pochi esempi di autori che arrivano fino a noi e che ci si domanda quanto siano rappresentativi o quanto piuttosto soddisfino la nostra sete di omologazione. Per quanto concerne le opere generali sul mondo arabo, Garzanti e Mondadori hanno pubblicato varie opere che non sono però certo sufficienti. Spesso si traducono poi "classici" di autori occidentali, opere di riferimento assai importanti per chiunque si avvicini allo studio di paesi arabi; ad esempio Adelphi con le traduzioni dell'opera di Corbin. Ulteriore esempio e la questione palestinese. Sia dal punto di vista letterario, con traduzioni di racconti, poesie e opere teatrali, che da quello storico-politico si è scritto più che in altri casi. Come ho detto sono in larga misura pubblicazioni patrocinate da organizzazioni con interessi socio-politici e molto meno interventi appartenenti ad una strategia editoriale, a dire il vero inesistente. Nel caso della Palestina e dell'Intifada l'interesse politico è evidente nel proliferare di testi non specialistici ma nella forma di intervista, dossier o resoconto giornalistico. Un esempio, quello del Cespi che in un dossier con interventi di studiosi diversi analizza "la crisi del medio oriente", nel rapporto tra dimensione regionale e internazionale. Una ulteriore prova di questo interesse funzionale a scelte ideologico-politiche, indotto ed estremamente parziale, è offerta dall'esistenza di testi per quei paesi come la Libia dove l'Italia ha avuto interessi coloniali o ha interessi archeologici. Ecco allora una letteratura piuttosto ricca per quei paesi arabi che hanno però un passato greco, romano o faraonico. Non mancano certo testi sulla Tunisia, l'Egitto o la Siria nei secoli precedenti la conquista araba, sulle spedizioni archeologiche che vi sono state fatte. Che questo fatto sia casuale o piuttosto sottenda un atteggiamento ben radicato? Propenderei per la seconda ipotesi che ci riporta ad un meccanismo mentale secondo il quale si è spinti alla ricerca dell'uguale e non a quella del diverso. Lo stesso Francesco Gabrieli nel suo libro sulle culture arabe del '900, fa propria la tesi eurocentrista, nonostante il suo interesse e la sua passione per il mondo arabo, considerandolo un completamento di quel mondo ellenico-latino che a lui sta a cuore. La diffidenza poi per la cultura araba trovo sia ancora abbastanza diffusa insieme ad una serie di luoghi comuni negativi dai quali non sono esenti anche molti Intellettuali". La situazione appare quasi un vicolo cieco. Mentre g[i "arabisti" richiedono una maggiore attenzione da parte degli editori verso la loro materia, questi ultimi non sembrano disposti a rischiare in azioni che non assicurino un guadagno certo. L'attenzione a questo punto si sposta sul pubblico, protagonista apparentemente passivo di questa "battaglia". Il gusto dei lettori si può modificare, articolare e, a volte purtroppo, completamente gestire. L'interesse verso il mondo arabo dovrebbe tra l'altro essere indotto dall'attenzione che su di esso convoglia la stampa, i mass media. Essendo questa molto limitata e purtroppo a volte errata e sommandosi alla difficoltà cronica dei cosiddetti "esperti" nel farsi capire, ecco. Un panorama non certo confortante. Sembra mancare in Italia un giornalismo specializzato che svolga un'azione di "ponte" del sapere tra chi del mondo arabo si occupa dal punto di vista scientifico e il grande pubblico. Non per questo bisogna dimenticare che negli ultimi anni sicuramente si è assistito ad una maggiore apertura verso l'esterno dell'editoria italiana sebbene non sia apparsa però capace di cogliere l'originalità di alcuni autori arabi e di alcune situazioni geopolitiche o sociali. Una inversione di tendenza non sarà certo facile perché comporterebbe una modificazione radicale dei costumi culturali italiani. Non è pero tmprobabile che per motivi diversi dalla pura voglia di sapere e imparare si possano realizzare delle operazioni editoriali, per il momento considerate impossibili.
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