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Accade in Italia
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20 maggio 2001 Una sconfitta inevitabile
Uno dei più cocenti disincanti per gli italiani che hanno vissuto e condiviso alcuni valori chiave della passata sinistra si è avuto nell'aprile '97, in pieno governo di centrosinistra, con un episodio tragico ed emblematico: l'affondamento di una nave di albanesi nel canale d'Otranto a opera della Marina italiana: tanto "fortuito" quanto colpevole come fu nell'80 la disintegrazione di un aereo Itavia nei cieli di Ustica, in epoca democristiana. Come a caldo di Ustica, davanti a quei sessanta morti è stata promessa giustizia. Come per Ustica è una trama interminata, perché nessuno paghi. Un nuovo bruciante disinganno, per chi conserva ancora i riferimenti che permearono la stagione del Vietnam, è venuto quando il governo italiano di D'Alema si è reso partecipe dei bombardamenti all'uranio nel Kossovo e a Belgrado. Sono apparse un incongruo quelle centinaia di morti civili, quelle sedi televisive rase al suolo. E appare inconcepibile oggi l'ipoteca delle malattie e delle morti da radioattività che graveranno su quelle popolazioni per decenni. Un disinganno ancora, che reca le forme di un consuntivo. Si sono chiusi cinque anni di governo di centrosinistra, con la presenza maggioritaria dei ds, ma, a onta delle passate rimostranze civili, nessuno degli archivi che più scottano è stato aperto, se si esclude qualche vecchio incartamento sul caso Giuliano, peraltro accortamente "purificato". E nessun segnale autentico è venuto in direzione di un vero processo per i crimini che sono stati commessi nella repubblica, da Portella in su, in tempo di "pace". I segnali sono stati invece di altro segno, con un reo confesso come Cossiga che è divenuto di fatto il primo sponsor di D'Alema. In definitiva, sono stati violati dei codici che hanno fatto la storia di una certa sinistra perbene, non necessariamente ideologica e puntata anzitutto a una riforma della politica. E tutto questo ha indignato. Non può sorprendere allora la sconfitta del 13 maggio e, in particolare, il cocente sedici per cento dei ds. Né stupisce che negli apparati si faccia finta di non capire. Carlo Ruta
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| 19 luglio 2002 Lettera di Antonio Di Pietro sull'immunità parlamentare
Cari Amici, La storia del "modello spagnolo" da applicare ai parlamentari italiani quando si trovano ad avere a che fare con la giustizia e' davvero l'ultima goccia che fa traboccare il vaso della pazienza degli italiani nei confronti della nostra classe politica (anzi la penultima, visto che contemporaneamente i nostri parlamentari si sono pure aumentati con un "blitz di mezza estate" il finanziamento ai partiti). Stiamo parlando ovviamente dell'immunita' parlamentare, ovvero di quello strumento previsto dalla nostra Costituzione per preservare i nostri parlamentari da eventuali attacchi ingiustificati dei magistrati che - forti del potere (e dovere) che hanno di incriminare, arrestare e condannare chi commette dei reati - potrebbero astrattamente abusarne per esercitare un indebito "fumus persecutionis" nei confronti dei rappresentanti del popolo. Gia' questa elementare spiegazione dovrebbe bastare per tracciare i limiti dell'immunita' parlamentare. I nostri deputati e senatori non sono (ne' possono) essere considerati soggetti diversi dagli altri cittadini di fronte alla legge. Anch'essi cioe' - se commettono reati (ad esempio rubano, ammazzano, spacciano droga, corrompono o si lasciano corrompere) - devono rispondere dei loro misfatti. Invece i deputati e senatori devono poter esercitare il loro mandato parlamentare senza che alcuno possa impedirglielo. Neanche i magistrati, che possono perseguirli ma non perseguitarli per ragioni politiche o di vanagloria personale. Fin qui tutto bene. Dove sta "l'inghippo" allora? Sta nel fatto che - in caso di controversia (fra il magistrato che procede ed il parlamentare inquisito) sulla questione "esistenza o meno del "fumus persecutionis" - "l' arbitro" che deve decidere e' il Parlamento stesso. Di piu'. A decidere sono chiamati tutti i parlamentari della Camera di appartenenza dell'inquisito, compreso lui stesso. Per capirci, per decidere se si doveva procedere o no all'arresto di Dell'Utri o Previti oppure alla possibilita' di processare Bossi, sono stati chiamati a votare anche i diretti interessati. Cosi' avviene praticamente sempre. In tal modo abbiamo assistito in questi anni ad una sorta di "solidarieta' trasversale" fra le varie forze politiche presenti in Parlamento, all'insegna del motto massonico "oggi do una mano a te, domani dai una mano a me" (ed infatti il diniego di autorizzazione a Previti e' avvenuto quando la Camera dei Deputati era a maggioranza ulivista). Questo dato di fatto ha portato ad uno "stravolgimento" della giurisprudenza parlamentare, non piu' finalizzata al rigoroso accertamento della esistenza o meno del "fumus "persecutionis" ma tutta tesa alla realizzazione di una specie di silenzioso "pactum sceleris" fra le varie forze politiche per cui il "voto" a favore o contro l'immunita' parlamentare verso questo o quel personaggio politico e' stato spesso dettato non da effettive risultanze probatorie ma per preconcette scelte politiche (o peggio, di "rivalsa" politica contro quella parte di magistrati "colpevoli" ai loro occhi di aver osato "toccarli" con le indagini o i processi). Di fronte a questo chiaro abuso, bisognava (bisognerebbe) intervenire modificando la Costituzione. Ad esempio individuando davvero un "arbitro terzo" che sin dall'inizio possa decidere sulla esistenza o meno del "fumus persecutionis". Questo arbitro non puo' essere altro - stante l'attuale assetto istituzionale - che la Corte Costituzionale. Questa, per definizione, ha proprio il compito di risolvere le divergenze fra i diversi poteri dello Stato. Gia' adesso e' possibile per l'autorita' giudiziaria ricorrere alla Corte Costituzionale per impugnare le decisioni di diniego di autorizzazione a procedere espresse dal Parlamento. Ed infatti in questi anni abbiamo assistito a molti casi in cui la Corte ha sentenziato che il Parlamento ha preso decisioni "arbitrarie" (cosi' testualmente) in materia di autorizzazione a procedere. Il problema e' che - non prevedendo che la questione sia rimessa "sin dall'inizio" al giudizio della Corte Costituzionale - si perde un "mare" di tempo e cosi' alla fine rischia di arrivare "prima" la prescrizione e "poi" la sospirata autorizzazione a procedere. Invece di intervenire sulla anomalia "imputato che e' giudice di se stesso", che ti fanno i nostri parlamentari? Intendono si' modificare la Costituzione ma per "peggiorare" - se mai fosse possibile - la situazione. E' di questi giorni infatti la proposta di "soluzione alla spagnola", vale a dire che quando un parlamentare e' indagato si dovrebbero sospendere le indagini e congelare i processi fino alla scadenza del mandato. Parallelamente si dovrebbero anche sospendere i "termini di prescrizione", vale a dire i termini massimi, superati i quali non si puo' piu' processare nessuno (ad esempio, nemmeno un Presidente del Consiglio per corruzione se dopo sette anni e mezzo dalla data del supposto reato, il giudice ritiene di applicare le attenuanti generiche). Diciamo subito che - se venisse approvata - una legge del genere sarebbe a dir poco "criminogena", vale a dire in grado di produrre - di per se' - nuova criminalita' e maggiore impunita'. Andrebbe cioe' ben oltre l'impunità dei singoli imputati che oggi si trovano in Parlamento . Riflettiamo. Se si dovesse accettare l'idea dell'impossibilita' di poter svolgere le indagini su qualcuno solo perche' e' un parlamentare, allora tutti coloro che "hanno interesse" a che non si svolgano indagini nei loro confronti non hanno di meglio da fare che farsi eleggere al Parlamento italiano. Di piu'. L'attuale legge elettorale prevede l'elezione dei parlamentari con il sistema maggioritario per collegi elettorali. In pratica viene eletto colui che riesce a prendere piu' voti degli altri concorrenti in un determinato e circoscritto territorio (ad esempio la zona agrigentina dove l'altro giorno sono stati arrestati una decina di mafiosi in compagnia di un consigliere provinciale di Forza Italia nel mentre stavano eleggendo il loro boss locale). Finora questo "aspirante boss" sapeva che in qualsiasi momento qualcuno poteva indagare su di lui e metterlo sotto processo. Insomma doveva "limitarsi", essere "guardingo", non esagerare. In caso di necessita' non poteva fare altro che darsi alla "macchia". Ora non e' piu' necessario. Basta che si candidi al Parlamento. Egli, rispetto agli altri concorrenti, certamente e' piu' "avvantaggiato". Ha dalla sua la forza criminale per "controllare il voto" nel territorio, addirittura per "imporlo". Ha la persuasione di chi puo' fare promesse e "scambi di favore". Ha mezzi economici a iosa grazie alle sue attivita' criminali per attivare una serrata e capillare campagna elettorale. E cosi' via. Insomma e' piu' "facile" per lui che per altri essere eletto. Ed una volta arrivato in Parlamento puo' metterci "radici". Egli infatti sa che, da quel momento in poi, nei suoi confronti "tutte le indagini e i processi" non si potranno piu' ' fare. Quindi non solo non dovra' rispondere per i crimini che ha gia' commesso ma potra' commetterne tanti altri ancora, tanto e' parlamentare e quindi e' divenuto "intoccabile". Quindi e' diventato ancora piu' potente e potra' essere eletto in modo ancora piu' facile. Ne' si dica che poi, alla fine del mandato, potrebbe essere comunque processato perche' i termini di prescrizione sarebbero stati sospesi. Che glie ne frega al nostro "boss di collegio elettorale" di questa remora? Egli avra' tutto l'interesse - ed i mezzi, come abbiamo visto - per rimanere "parlamentare a vita". Dopo, scatta un'altra causa di estinzione (quella per morte del reo) ma intanto - in vita - ha fatto i comodi suoi del tutto impunemente. Quanti "aspiranti boss" allora potrebbero arrivare in Parlamento? Tanti, se si considera che, con il boom del libero mercato e della globalizzazione, possono considerarsi "boss del XXI secolo" non solo coloro che si occupano di criminalita' spicciola, ma anche i cosiddetti "colletti bianchi": quelli dal guadagno facile, quelli che evadono le tasse, che falsificano i bilanci, corrompono per fare affari, operano in conflitto di interessi, abusano dei mercati finanziari, e cosi' via. La prospettiva e' sconfortante. Il Parlamento sara' "occupato" da una masnada di avventurieri che scelgono di fare politica non per l'interesse del paese ma per fare con piu' profitto i propri affari e per conseguirne meglio l'impunita'. E' questo che vogliamo? Antonio Di Pietro |
| 22 maggio 2002 MAFIA: INCHIESTE STRAGI NEL SITO SU FALCONE E BORSELLINO WWW.FALCONEBORSELLINO.NET
Il decreto del gip di Caltanissetta che archivia l' inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del '92, gli atti dei procedimenti per la strage di Capaci e di via D' Amelio, gli atti del processo per l' omicidio Lima sono tra i documenti consultabili del nuovo sito Internet dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Approdando nel sito (www.falconeborsellino.net) curato dai giornalisti palermitani Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, gli appassionati delle cronache giudiziarie potranno ripercorrere le varie tappe delle indagini sulle stragi, soffermandosi su alcuni punti rimasti oscuri anche a distanza di dieci anni. La pagina web dedicata a Falcone e Borsellino ricostruisce infatti tutti i misteri legati alle inchieste: la sparizione degli appunti di Falcone; la scomparsa dalla sua casa di Roma di un databank «Casio» Sf 9500 riapparso, nei giorni successivi alla prima perquisizione, con i contenuti cancellati e senza l' estensione di memoria; la sparizione dell' agenda «rossa» di Paolo Borsellino, dove il magistrato avrebbe annotato gli appuntamenti più significativi di lavoro. Nei link dedicati alle indagini, i giornalisti ricostruiscono la scoperta di una vera e propria agenzia del crimine elettronico, con diramazioni in tutta Italia, specializzata nella clonazione di telefoni cellulari utilizzati dai sicari di Cosa nostra. Nel sito sono analizzati anche i sospetti su strane interferenze nelle stragi di alcuni enigmatici personaggi legati ai servizi segreti «deviati», e la storia del cosiddetto «papello», l' elenco di richieste indirizzato da Totò Riina a imprecisati rappresentanti delle istituzioni con l' obiettivo di trattare con lo Stato la revisione dei processi, gli sconti nei sequestri dei patrimoni, un trattamento penitenziario privilegiato.(ANSA, Palermo 21 maggio 2002).
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| 5 dicembre 2004 Al presidente della Camera, Pierferdinando Casini
Questo giudizio è comparso il 18/11/2004 sul quotidiano Libero, a firma di Marcello Veneziani. Si tratta come è evidente di una rappresentazione falsa e faziosa della scuola italiana e degli insegnanti che vi lavorano, espressa oltretutto con un linguaggio straordinariamente volgare e volutamente offensivo. Essa si inserisce in un più ampio disegno di indebolimento e di marginalizzazione della scuola pubblica (e in questa fase mira a porre le premesse “culturali” per il mancato rinnovo del contratto degli insegnanti) Noi pensiamo naturalmente che ognuno sia libero di esprimere le proprie opinioni, anche le più sconsiderate, con il linguaggio che gli appartiene. Ma Marcello Veneziani non è solo un opinionista, che scrive su un quotidiano d’assalto: egli è anche membro del Consiglio di Amministrazione della RAI, nominato da Lei e dal presidente del Senato. Le chiediamo se le proposizioni sopra citate di Veneziani Le sembrino compatibili con la direzione di una grande azienda culturale pubblica; e – più in generale - quali azioni Ella intenda sollecitare a tutela della dignità professionale degli insegnanti italiani e del lavoro che essi compiono quotidianamente, con competenza e impegno, spesso con mezzi inadeguati, in un ambito decisivo della vita nazionale. Un gruppo di docenti Postato
da Ulisse Signorelli, Palazzolo Acreide e SISSIS Catania. |