8
agosto 2003
Emergenze
e giustizia
Il
questore Casabona viene trasferito da Ragusa, dopo appena due
anni e mezzo dalla nomina, mentre vanno a erompere le tensioni
su varie linee, gravate da possibili rendiconti.
Il
trasferimento del questore Carmelo Casabona ad Agrigento, avvenuto
a luglio inoltrato, d'improvviso, dopo appena due anni e mezzo
di servizio, viene spiegato in via ufficiale come un normale avvicendamento.
Ma la cosa non appare convincente. Di certo è mancata la
sconfessione aperta, maturata nell'intimo degli uffici, che portò
alla rimozione di altri dirigenti, come Canale Parola e Vella.
Non si sono slanciati in avanti i sindacati, né sono state
interessate anzitempo le cronache locali, perché preparassero
il terreno. Tutto è avvenuto invece nel riserbo, con una
fretta inusuale, verosimilmente con il consenso dello stesso questore.
Corre voce che l'origine vada ricercata nelle irritualità
di alcune operazioni di polizia, in particolare nelle ostentazioni
che le avrebbero accompagnate, di concerto con i giornali. Ora,
è possibile che taluni atteggiamenti abbiano irritato le
fasce più esposte della provincia che conta, ma è
inverosimile che abbiano potuto determinare un simile risultato.
Comunque stiano le cose, Casabona esce di scena in un momento
particolare, che per più ragioni trova turbata l'opinione
pubblica, mentre si annunzia una stagione mossa, dai risvolti
imponderabili.
Di
certo, la tela va smagliandosi in vari punti. Con il "suicidio"
dell'imprenditore sciclitano Umberto Carbone, con cui in tanti
si sono compromessi, va rendendosi visibile una storia criminosa
di anni, che si dipana adesso in varie direzioni, fino a investire
le dirigenze siciliane dell'Antonveneta, e non solo. Da Modica,
i Minardo danno ulteriore slancio ai loro affari mai chiariti,
pongono a frutto la guida della città in condominio, insistono
a lanciare inoltre pericolosi avvertimenti perché regga
il silenzio e si perdano per sempre alcune tracce. Dopo un trentennio
di intrighi, retti da un ceto avventuroso, mai colpito da seri
provvedimenti di giustizia, Vittoria si ritrova a essere uno sconcio
civile a cielo aperto. Si tratta evidentemente di casi "esemplari",
delle espressioni tangibili di un capolinea che alimenta negli
Iblei reclami e dissapori, fino a rendere sempre più onerose
e pregiudizievoli
le logiche del lasciar correre, le connivenze, le impunità:
tanto più che il malanimo traversa pure i palazzi di giustizia
di Ragusa e Modica, i comandi dell'Arma e della GdF, la questura,
i commissariati di PS.
Si
configurano in sostanza emergenze improcrastinabili, a partire
da quelle indicate, che in qualche modo formano un banco di prova
per i prossimi mesi, imponendo delle risposte inequivoche, da
cui gli organi di legge potranno sottrarsi solo a costi altissimi
di dignità e credito.
Carlo
Ruta
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