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14 luglio 2004 Sui metodi dell'Antoniana di Pontello la testimonianza di Armando Zagari, già condirettore generale della Banca Popolare Cooperativa di Palmi.
I suoi problemi con l'Antoniana di Silvano Pontello, diceva, cominciano nel 1995 ... Sì, cominciano a mia insaputa, perché solo a posteriori ne sono venuto a conoscenza, quando ho ricevuto una serie di appunti che il commissario Mario Guglielmi prendeva su tutte le riunioni che loro facevano: documentazione che io, tramite l’avvocato, ho regolarmente inviato alla procura della Repubblica di Palmi, ma senza alcun esito, anche se si potevano rilevare dei reati di truffa in danno dei soci e della banca. Loro in quella riunione del 27 dicembre 1995, presso la Banca Antoniana di Padova, stabilivano, secondo accordi con la Banca d’Italia, che dovevano assorbire la Popolare Cooperativa di Palmi, di cui ero condirettore. Stabilivano inoltre il prezzo di acquisto di ogni azione, nei termini che si leggono nel documento: “Su suggerimento del prof. Maccarrone la quota è stata fissata in lire 350.000, che parrebbe piuttosto interessante e lucrativa per gli attuali azionisti”. Ogni azione valeva in realtà un milione di lire. Ebbene, dopo è risultato che il prezzo di acquisto sarebbe stato attribuito da una società di revisione, e non, come era effettivamente avvenuto, in uno studio dell’Antoniana a Padova, circa un anno prima. Evidentemente è trattato di una truffa. In quella riunione, si legge ancora nel documento, “il dottor Pontello si è poi soffermato sull’organico, precisando che intendimento dell’Antoniana è risolvere il rapporto di lavoro con almeno quattro-cinque elementi della Popolare di Palmi, come condizione pregiudiziale alla realizzazione del progetto di assorbimento. Dovrebbe trattarsi del direttore del condirettore, del capo contabile e del responsabile dell’ufficio legale”. Da quel momento sono partite in effetti delle strategie, che si volevano segrete ma sono venute all’evidenza, per far sì che le persone indicate, fra cui il sottoscritto, andassero via. E a quel punto cosa è avvenuto? Con il direttore, Raffone, hanno fatto un accordo riservato: questo si è infatti dimesso per essere assunto dopo sei mesi dall’Antoniana, con funzioni di dirigente. Si trattava di un ex funzionario della Banca d’Italia. E la cosa andava necessariamente risolta. Gli altri due dirigenti sono stati chiamati a trattare il loro ritiro “volontario”, ma trattandosi di persone economicamente forti, hanno resistito e sono riusciti a rimanere in servizio. Con me invece, il 6 novembre del ’96 i vertici dell’Antoniana sono passati alle minacce, tramite Bruno Bianchi, come testimonia la registrazione audio di quella riunione, avvenuta presso la Popolare di Palmi, presente pure Gualtiero Morato, amministratore delegato dell’istituto di Padova. In che modo sono state espresse tali minacce da parte del Bianchi? Dalla trascrizione del colloquio, il tenore di tali minacce si evince sin dall’inizio, quando Bruno Bianchi mi dice perentoriamente: “Pontello vuole semplicemente un sì o un no alla proposta: o dà le dimissioni o domani riceverà una lettera di licenziamento”. E alla mia opposizione, replica con la stessa arroganza, dicendo, più o meno: “può resistere quanto vuole, tanto noi siamo in grado di pagare due miliardi di lire di avvocato, mentre lei non avrà neppure i soldi per mangiare”. Naturalmente mi prospettavano delle situazioni, che tuttavia facevano comodo a loro. Da un lato assicuravano l’assunzione delle mie figlie, cosa che in effetti avvenne. Dall’altro, essendo io il responsabile del centro elaborazione dati, mi proponevano dei contratti di collaborazione, perché li aiutassi a portare a termine le operazioni in corso, inerenti per lo più i bilanci. Secondo il piano originario, io non avrei dovuto più mettere piede in banca. In realtà hanno mantenuto segrete le mie “dimissioni”, e mi sono ritrovato a fare lo stesso lavoro, in cambio di un compenso forfettario, di gran lunga inferiore al trattamento economico di cui beneficiavo. Contestualmente, si erano impegnati a versare i contributi dei sei anni che mi mancavano per il pensionamento: il Bianchi non aveva voluto metterlo per iscritto ma garantiva che Pontello, buon’anima, aveva una sola parola. Ebbene, nel dicembre 2000 non hanno rinnovato il contratto. Da allora non hanno più versato i contributi. Di conseguenza mi ritrovo oggi senza pensione. Come ha reagito lei a tale atteggiamento dei vertici bancari? Dopo la rottura del contratto telefonai al Bianchi, il quale cercò di giustificarsi e di giustificare la condotta della banca. Disse in particolare che di quel contratto non si doveva più parlare, perché Pontello stava avendo grane in Calabria, fino a dichiarare che se ne avesse avuto il potere, avrebbe interamente bruciato questa parte d'Italia. Risposi al Bianchi che il direttore generale dell'Antoniana Veneta in Calabria non era stato invitato da nessuno, era bensì venuto di sua volontà, creando per altro problemi non indifferenti. Gli dissi inoltre che non era ragionevole che penalizzasse me, che non c'entravo nulla, solo perché era stato tirato in causa, per tutt'altre vicende, da un avvocato calabrese. Bianchi non ne volle sapere, e a quel punto, trovandomi con le spalle a muro, mi rivolsi al magistrato, chiedendo l'annullamento delle dimissioni, perché di fatto, come potevo dimostrare, mi erano state estorte. Io ero stato costretto ad accettarle. Ma ho firmato l'accordo a condizione che loro matenessero gli impegni assunti. E adesso, a che punto è il contenzioso con la banca? Il giudizio di lavoro rimane pendente. Mi hanno anche perseguitato, revocandomi il fido del conto corrente. Inoltre stanno facendo pressioni nei miei confronti tramite l'ufficio legale, nonostante io abbia chiesto di attendere l'esito del giudizio. Altro che mafia. Questi usano sistemi molto più spregiudicati. Mancano assolutamente di ogni senso di umanità. Da dove nasce l'intrigo dell'Antonveneta, di cui la Banca Popolare di Palmi fu vittima? E' nato da un progetto ben definito, sostenuto dalla Banca d'Italia, e, nel caso specifico, da un ispettore, tale Cairo, famoso per aver commissariato banche calabresi con mansioni di killer. Come accennavo, si trattava in sostanza di un trucco, ordito con l'Antoniana Veneta di Pontello, per acquisire il patrimonio della Banca Popolare di Palmi. E le tappe che si sono succedute coattivamente ne hanno dato conferma. Tutto è partito appunto nel 1995, quando, a seguito di un'"ispezione" condotta dal funzionario anzidetto mi sono trovato sotto inchiesta insieme con gli altri dirigenti della banca, per presunte malversazioni. Naturalmente l'inconsistenza delle accuse era tale che ci hanno dovuti prosciogliere in istruttoria. Ma, per volontà di Pontello e dei suoi amici, il destino della banca era stato ormai scritto. Infatti, senza alcuna consistnte ragione, venne presto commissariata, per essere posta poi in liquidazione e ceduta al "migliore" offerente, al prezzo da rapina che le dicevo. Come avete cercato di fronteggiare la situazione? A quel punto ci siamo rivolti alla procura, la medesima che ci aveva inquisito, presentando i documenti che svelavano la trama. Ma il procuratore Elio Costa, che il giornalista Francesco Gangemi ha accusato apertamente di essere affiliato alla massoneria, come il Pontello e altri personaggi della vicenda, non ha voluto prendere alcun provvedimento istruttorio. La cosa è sintomatica. Ha avviato le indagini contro di noi prendendo spunto da una semplice notizia di stampa, ma l'incartamento che abbiamo poi presentato tramite l'avvocato Bruno Tripodi, da cui si rilevano senza alcun dubbio reati gravissimi, non gli ha suggerito alcuna inchiesta. Come interpreta tale incongruenza del magistrato? Il personaggio era evidentemente a misura della situazione. Pare peraltro che se ne sia interessato il Consiglio Superiore della Magistratura, pure in ordine alle rivelazioni riportate da Gangemi sul mensile "Il Dibattito" fra gennaio e marzo 2001. Aggiungo in proposito che Costa ha querelato il direttore de "Il Dibattito", ma il gionalista, il solo in Calabria che ha avuto il coraggio di scrivere dell'intrigo ai danni della Popolare di Palmi, parlava con cognizione di causa, aveva documenti in mano, che ha reso anche pubblici, e a quanto pare la querela non ha avuto seguito. Adesso il Costa è sindaco a Vibo Valentia. Riprendiamo il discorso. Come evolve poi la situazione? Si è andati evidentemente di male in peggio. Per raggiungere il fine di avocare a sè la Popolare di Palmi, Silvano Pontello si è servito della Banca Popolare di Polistena, che recava fra i dirigenti di maggiore spicco Giuseppe Sorace e Antonio Gargano, ambedue massoni. Tuttavia, a dispetto dei nuovi padroni, la situazione che si è venuta a creare mi ha consentito di fare delle scoperte interessanti. Nonostante la firma dell'accordo di collaborazione, a termine ma rinnovabile alla scadenza del quadriennio, il Bianchi fra l'altro mi aveva intimato, e la trascrizione ne dà testimonianza, di non mettere più piede nella banca. Certamente si voleva evitare che venissi a conoscenza della situazione della Popolare di Polistena. Ma il dottor Gualtiero Morato la pensava diversamente. Ritenendo infatti di potersi fidare di me, sulla scorta della stima di cui godevo nel territorio in cui ho operato per decenni, mi ha affidato l'incarico di collaborare con i suoi uomini, venuti da Milano, per verificare tutta la situazione della banca. Quindi ho avuto modo di entrare nel merito di quel che era realmente la Popolare di Polistena. E abbiamo preso atto che ne avevano fatto di tutti i colori. Avevano ammortato dei crediti utilizzando la riserva straordinaria, su autorizzazione di un'assemblea straordinaria che non era stata mai fatta. Addirittura non erano stati tenuti i registri legali da almeno sette-otto anni. Ovviamente, la Banca d'Italia, che aveva vessato la Popolare di Palmi per motivi del tutto inconsistenti, aveva visto quanto abbiamo visto noi, ma ha taciuto. Io e il dottor Roncata, capo contabile della Banca Regionale Calabrese, che riuniva le due Popolari nelle more di essere assorbita ufficialmente dall'Antoniana Veneta, abbiamo steso allora un rapporto delle anomalie riscontrate, che, seppure destinato intanto alle istanze superiori dell'istituto per il ripristino della correttezza amministrativa, in un successivo passaggio è finito in Procura, dopo essere stato pubblicato da Francesco Gangemi, ma, ancora una volta, non è accaduto nulla. In conclusione, la Popolare di Palmi è stata vittima di un complotto ... Sì, dopo oltre un secolo di decorosa esistenza, a garanzia delle attività economiche del territorio, la banca di Palmi, come tante realtà creditizie del sud, è stata soppressa dai poteri forti, con la complicità di istituzioni dello Stato, la Banca d'Italia e gli uffici giudiziari in primo luogo, nel silenzio pressoché totale dell'informazione regionale. E in tutto questo, elemento caratterizzante è stato comunque il metodo, radicalmente protervo, che forse è perfino riduttivo definire mafioso. Intervista a cura di Carlo Ruta
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